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“Si vive una volta sola” perciò non si trova personale. Intervista a Marcello Coppola

YOLO: You Only Live Once, intervista a Marcello Coppola
YOLO: You Only Live Once, intervista a Marcello Coppola

Marcello Coppola è un consulente di revenue management e digital marketing per alberghi e ristoranti. Sul suo blog è da poco apparso un articolo dal titolo “Dalla YOLO economy ad un nuovo Marxismo: la trasformazione necessaria del modello economico mondiale” nel quale afferma che la difficoltà nel trovare personale non è un fenomeno “locale” della Penisola Sorrentina né, tantomeno, solo italiano, bensì la conseguenza del sistema economico mondiale.

YOLO, ovvero “si vive una volta sola”. Cos’è questo movimento e da dove nasce?

Le teorie sulle origine del movimento sono controverse. Quella che secondo me ha più senso racconta della pubblicazione della canzone “The Motto” del rapper canadese Drake nella quale canta “Si vive solo una volta, questo è il motto, YOLO | E ne parliamo ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno | Come se fossimo seduti in panchina, negro, non giochiamo davvero | Ogni giorno, ogni giorno, fanculo quello che dicono gli altri”. E’ un inno a buttarsi nella vita, a vivere una parte da protagonista, a non essere solo degli spettatori o dei giocatori in panchina. Il movimento nato intorno a questo “motto” ha coinvolto e coinvolge persone di tutte le nazionalità, in svariate parti del mondo. Soprattutto i giovani che desiderano una vita più a misura d’uomo, più all’altezza dei sogni che hanno per dirla alla Ligabue.

In Italia l’attenzione è stata rivolta quasi del tutto al reddito di cittadinanza. Lei non crede che le cose miglioreranno ora che il Governo Meloni ha riformato la misura voluta dal Movimento 5 Stelle?

Sono abituato, per esercizio mio personale, a partire sempre da una prospettiva “larga” per, poi, focalizzarmi alla realtà specifica. Se è, come è, un movimento mondiale che ha portato alle dimissioni di massa in ogni parte del globo, come può la modifica del reddito di cittadinanza influire su questo trend, anche solo in Italia? Basta cercare su Google il termine “Great Resignation”, le dimissioni di massa che dopo il Covid sono diventate all’ordine del giorno in tutto il mondo ed in ogni tipo di azienda per capire che stiamo amplificando la nostra influenza sul fenomeno.

Quindi, cosa c’è alla base di queste “dimissioni di massa”?

Credo che il fenomeno sia partito prima del Covid-19, ma che solo con la pandemia in molti abbiano trovato il coraggio di fare “il grande passo”. Per alcuni il passo è stato quello di mettersi in proprio, per altri è stato quello di decidere di lavorare part-time, per altri di lavorare in smart working. Quello che accomuna tutte le scelte è la voglia di essere protagonisti della propria vita, di avere più tempo libero semplicemente per vivere. La vita è una volta sola. Non si vedono i figli crescere due volte né tantomeno i genitori invecchiare due volte oppure la vita con la persona amata. Sono momenti che esistono solo nel momento presente e le nuove generazioni non sono più disposte a lasciar scorrere tutto per rincorrere un salario base che non vede più l’ascesa sociale come un possibile futuro.

Secondo lei cosa c’è alla base di questo cambio di paradigma?

Credo che stiamo assistendo alla parabola discendente del capitalismo e della globalizzazione. Per quanto entrambi abbiano portato indubbi vantaggi, è altrettanto chiaro che questi vantaggi ci stanno costando caro. La creazione di un mercato globale ha portato ad una pace tra i popoli che, dopo la seconda guerra mondiale, ha permesso di mantenere degli equilibri anche in virtù degli interessi economici in gioco. D’altra parte, però, abbiamo aumentato a dismisura le emissioni di CO2 ed ogni giorno ne vediamo le conseguenze sul clima e sulla salubrità dell’aria. Il capitalismo, da parte sua, ha palesato la sua falla nel momento in cui i dati ci dicono che l’1% della popolazione mondiale detiene il 45,6% dei patrimoni. Una disuguaglianza abnorme che ci riporta ad un sistema medievale in chiave moderna. Un sistema fatto da signorotti e contadini che arano i campi in cambio dell’indispensabile per sopravvivere.

C’è una via d’uscita? C’è una soluzione possibile?

La soluzione più facile da percorrere è quella di cambiare il sistema economico mondiale. Alcuni vogliono un cambio di rotta repentino ed immediato: la fine del capitalismo e l’avvento di un nuovo socialismo che prende spunto dalle tesi di Karl Marx. Altri, invece, prospettano un aggiustamento della rotta. Vorrebbero mantenere il sistema del capitalismo, ma incentivando le aziende a reinvestire gli utili in innovazione e sostenibilità. In entrambi i casi sembra inevitabile che le aziende subiranno una trasformazione, almeno quelle che detengono la proprietà delle infrastrutture e delle tecnologie. Un piccolo ritorno al passato con una presenza più accentuata dello Stato che va in contrapposizione alle privatizzazioni alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni.

Qual è, secondo lei, una via percorribile per tornare ad attirare collaboratori in azienda?

Non sta di certo a me proporre o trovare soluzioni. Sono un semplice curioso ed osservatore della società il che mi aiuta a capire dove sta andando l’economia e come stanno cambiando le abitudine del mio mercato di riferimento. Questo mi aiuta a definire in maniera più ponderata quali debbano essere le tariffe di vendita. Credo, però, che ogni imprenditore abbia la sua risposta. Il miglior termometro è fare i colloqui di lavoro. Ascoltare quello che viene chiesto, percepire i bisogni delle persone e capire cosa cercano da un’azienda. Se sì riesce a trovare una quadra tra le esigenze dell’azienda e quelle dei collaboratori vincono tutti, anche i clienti che troveranno personale qualificato, sereno e felice di lavorare.

A quanto dicono gli operatori del turismo la stagione appena trascorsa, seppur molto positiva in termini di arrivi e presenze, è stata salvata dalla manovalanza, specie per i profili “bassi”, da lavoratori extracomunitari. E’ questa una delle possibili vie d’uscita?

Gli extracomunitari, quest’anno più che mai, hanno colmato un gap, ma non si tratta di un fenomeno nuovo. Quest’ultimo anno è stato più evidente perché molti di loro hanno trovato un ruolo in settori che prima erano appannaggio degli italiani, ad esempio in sala ed in cucina, ma non sono apparsi dal nulla. Da circa venti anni stiamo vivendo l’abbandono dei lavori in ambito turistico più umili da parte degli italiani. Si è iniziato con i lavapiatti ed i facchini di cucina per, poi, passare all’aiuto cuoco e così via. Il fenomeno non è nuovo, ora è semplicemente più visibile. Chi si aspetta un ritorno al passato, secondo me, sbaglia. Mano a mano ci sarà un totale abbandono della forza lavoro umana per quanto riguarda i compiti routinari e ciò sarà reso possibile dall’avvento della robotica e dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Mi rendo conto che sembra un discorso fantascientifico, ma è un trend in atto da decenni e che oggi, grazie agli studi sui computer quantistici, sta raggiungendo la capacità di calcolo necessaria per trasformare questo scenario in realtà.

È possibile consultare l’articolo sul blog di Marcello Coppola: “Dalla YOLO economy ad un nuovo Marxismo: la trasformazione necessaria del modello economico mondiale”.