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Autismo. Mamma, voce del verbo sperare

 

E’ arrivato Maggio , ha fatto il suo ingresso con un’aria calda e afosa che il vento ha portato via ,rinfrescando e riportando ancora un po’ di pioggia la quale ha facilitato il fiorire delle rose. Le vedi per strada le rose ora che sono sbocciate ,nei giardini privati con le loro tinte più varie ,spuntano in ogni dove aggrappate a qualche pergolato o ringhiera e sui bordi delle mura di pietra, colorano queste grigie giornate con i loro petali vellutati e lucidi perché lavati dalla polvere dei giorni passati. Ne senti il profumo anche passeggiando vicino a qualche fioraio che ne ha di ogni varietà. Sono belle le rose perfette ed eleganti, sono il fiore dell’amore , il fiore che per la festa della mamma molti regaleranno come dono. E’ arrivato Maggio il mese della festa della mamma , ma non tutte le mamme potranno sentirsi chiamare e altre dovranno ancora attendere .Nel primo anno di vita quasi tutti i bambini riescono a pronunciare questa parola ,infondo a tutti sembra un suono naturale, una lallazione automatica che molti neonati riescono a pronunziare già ad 8 mesi. Per i bambini autistici non è così. Ricordo che una sorta di “MA” mio figlio nel suo primo anno di vita lo faceva uscire come suono sporadico, ma dai quindici mesi in poi è calato il silenzio e quella mia emozione iniziale è restata congelata fino al compimento dei suoi 4-5 anni. Non ricordo la prima volta che sono stata chiamata” mamma” con chiarezza è stato un processo lungo e graduale ,dopo il silenzio non ci ho pensato più con intensità ,cercavo solo di compensare io quello spazio sospeso raccontando storie e cantando canzoni .Poi è nato il mio secondo figlio che ha cominciato a chiamarmi già intorno ai 7 mesi ,ma non posso dire di aver gioito appieno, non mi sono goduta quel momento perché questa tappa emozionale che quasi tutte le mamme provano con il primo figlio ,io non avevo potuta provarla. Si è mamme lo stesso anche se tuo figlio non riesce a chiamarti, lo fa con lo sguardo e tu riesci a capire il silenzio. L’autismo lo fa ti fa ascoltare i sospiri ,i gesti parlano ,anche quegli sguardi un po’ persi parlano ,le stereotipie hanno il suono del non detto che è in attesa di essere scoperto. Da “ mamma non chiamata” impari un nuovo linguaggio. La prima poesia che ho ascoltato recitata da mio figlio aveva solo le vocali e io la ripetevo a voce bassa sperando che nel ripeterla insieme qualche consonante uscisse. L’autismo ti insegna la pazienza ,ma dopo aver superato tante delusioni, l’autismo ti insegna ad apprezzare ogni minimo progresso ,ma dopo aver capito che per non impazzire è necessario farlo e soprattutto ti insegna a non guardare i figli degli altri e non girarti quando si sente urlare “mamma” da qualche parte. C’ è un isolamento iniziale che ti estranea e ti protegge, fino a che non sei pronta ad uscire e ad accettare un ritmo di vita fatto su misura di quel figlio che vive sospeso tra il silenzio apparente e il vociare nella sua mente di quelle parole che non sempre riescono ad uscire. Oggi mio figlio mi chiama “mamma” non è una parola che dice spesso. Io aspetto quando vuole dirmi qualcosa comincia a saltellare nella stanza o si avvicina e mi tocca il mento o una mano, io capisco che le parole che vuole dirmi sono momentaneamente chiuse nella sua mente ,si stanno mettendo in ordine ,trattenute dalle sensazioni che indossano . Altre volte mi chiama con un tono squillante che mi sorprende e sono le vote che ciò che vuole dirmi ha un valore fondamentale per lui e allora le parole fanno più in fretta a mettersi in ordine. Domenica si sveglierà e mi dirà “AUGURI MAMMA “ perché a lui piace fare gli auguri e perché lo ha scritto sul suo calendario personalizzato e io quegli auguri me li prenderò rubandomi un abbraccio e forse un bacio se gli andrà e penserò anche a quelle mamme che ancora ascoltano il silenzio , ma un silenzio ,spero colmo di amore e speranza nonostante l’autismo.

Colomba Belforte