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Autismo. “Simbologia e stereotipi, c’è bisogno di consapevolezza”

Colomba Belforte: "Perché la comunità autistica non si riconosce nel pezzo di puzzle blu"

Partiamo da un pezzo di puzzle, partiamo dal colore blu poi focalizziamo nella mente una data: 2 Aprile! Subito siamo portati a pensare alla Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU. Anche io da mamma coinvolta in prima persona ho sempre accomunato questa simbologia a questa giornata prodigandomi nell’ organizzare eventi durante gli anni passati, pubblicando foto personali sui social o lanciando palloncini senza rendermi conto di creare un disagio nei confronti di mio figlio. Quest’anno di pandemia, in cui tutti come famiglia ci siamo dovuti fermare e abbiamo dovuto accantonare la quotidianità fatta di appuntamenti lavorativi, scolastici e sociali, per me è stato un anno di profonda riflessione e osservazione. Per mio figlio è stato un anno di rinunce, rifiuti, accettazioni   di cambiamenti repentini (stravolgenti) e affermazione di se stesso.  E’ stato un anno di verità assolute in cui io ho dovuto ridimensionare il mio pensiero e fare un passo indietro. Ho cominciato ad approfondire l’autismo non più dalla mia visione esterna ma entrandoci attraverso i racconti di chi lo vive in prima persona.

Ho dovuto imparare ad ascoltare di più!!!

Siamo impregnati da un linguaggio stigmatizzato e  abilista   di cui non ci rendiamo conto e spesso anche noi genitori, credendo di far bene, portiamo avanti questa struttura. Basti affermare che una persona sia  “affetta da autismo” oppure “soffra di autismo” per rientrare  in questo sistema che non prende in considerazione l’opinione ormai affermata di una comunità autistica la quale cerca di farsi ascoltare da anni.

Ritorniamo allora al pezzo di puzzle e al colore blu e riconosciamo che negli ultimi anni siamo bombardati da messaggi anche pietistici nei riguardi delle persone autistiche che non sempre rispettano la loro opinione. Siamo surclassati da iniziative volte a parlare d’autismo in qualsiasi forma o per raccogliere fondi o per sentirci parte di questo vortice di azioni sociali che però restano fini a se stessi. Ci fotografiamo con qualcosa di blu, pubblichiamo un simbolo trovato su internet e ci ricordiamo del bambino autistico incontrato  in un momento della nostra vita. Nemmeno noi genitori siamo immuni da questa epidemia forse perché pensiamo di sentirci meno soli almeno una volta all’anno. Ma ci siamo mai chiesti cosa provino realmente le persone autistiche? Questo dialettica mediatica che narrazione assume a confronto di una inclusione effettiva che tarda ad arrivare? Quante sono le scuole che in questo anno di pandemia, in cui è mancato sia il diritto allo studio sia quello all’inclusione, (soprattutto in Campania)  hanno accolto alunni autistici organizzando il  piccolo gruppo classe come richiesto dalla legge? Quanto  si parla di inclusione e progetti volti a sviluppare una vera autonomia, focalizzandoci sulle loro peculiarità affinchè questi adulti del domani possano affacciarsi nel mondo del lavoro?

Questo pezzo di puzzle blu non può più rappresentare le persone autistiche perché nato nel 1963 come logo del “THE NATIONAL AUTISTIC SOCIETY”. Dentro tale logo era anche rappresentato un bambino piangente, in riferimento a quella sofferenza , associata ai bambini che vivevano in uno stato di isolamento. Eravamo però nel 1963 e l’autismo era considerata ancora una malattia pschiatrica . Con il tempo il colore blu, apparso poi nel 2005 nel logo dell’associazione  AUTISM SPEAKS, ha sempre più assunto un significato di tristezza e dolore perchè la finalità di tale associazione era quella di raccogliere fondi per trovare una cura all’autismo.

La comunità autistica rifiuta questo linguaggio stereotipato e preferisce in riferimento alla varietà dello spettro i colori dell’arcobaleno che rendono molto più l’idea della  ricchezza racchiusa nella  diversità.

Quello che bisogna realmente capire al di là del simbolo e del colore, è che le persone autistiche hanno una loro identità e un loro linguaggio ,dobbiamo imparare a comunicare e a rispettarci e soprattutto dobbiamo imparare ad informarci ed ascoltare  le storie d’autismo anche da chi  lo vive come una condizione pervasiva della proprio quotidianità. Se vogliamo sensibilizzare dobbiamo dar senso a ciò che facciamo e sapere di che cosa stiamo  parlando.

 

Colomba Belforte

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