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Quando il Natale è davvero magico…

Mi prende una strana tristezza durante questo periodo di attesa del Natale. La gioia che provavo da bambina è un dolce ricordo da custodire e a cui rifocillarsi, è un pozzo su cui continuare ad affacciarsi e con perseveranza tirar su una corda per trovare nuovamente acqua fresca, proprio come facevano le mie nonne, quando ancora attingevano ad esso. La vita di mamma mi ha resa indaffarata, piena di impegni, recite, concerti, presenti da donare e con le presenze del cuore ora mancanti, fino a sentirne il rimbombo per il vuoto. La vita di mamma mi ha resa indaffarata, soprattutto, dal punto di vista emotivo. Le mie quattro gravidanze le ho sempre vissute a Natale, il mio primo figlio lo attendevo da quattro mesi e nella mia mente, felice e speranzosa immaginavo il suo primo Natale l’anno dopo, mentre guardavo incantata il Bambino nella mangiatoia. Il suo primo Natale poi è arrivato e i suoi sorrisi erano stupendi, sembravano colmi di sorpresa innanzi alle luci dei presepi e degli alberi. Li osservava da lontano, però, dalle mie braccia senza lanciarsi in avanti per afferrare palle o pastori, le sue mani restavano come giunte, strette vicine al mio petto. L’autismo già le tratteneva. Per i Natali successivi ho dovuto vedere quel dolce sorriso affievolirsi e il suo volto girarsi quando i nonni porgevano un bacio per gli auguri. Ho visto ricevere regali senza scartarli con energia, quasi impaurito e disinteressato. Chissà se il rumore della carta lo infastidiva? Con consapevolezza e, crescendo insieme a mio figlio, ho imparato a festeggiare i nostri Natali apprezzando ogni minimo progresso che pian piano arrivava: una parola completa, una strofa di una canzoncina, una semplice richiesta fatta con un dito anche se l’età evolutiva non coincideva con quella anagrafica. Poi il Natale si è trasformato con la “magia” dell’autismo: sono diventati fondamentali gli addobbi, le date, i calendari degli avventi, gli orari, le lettere di Babbo Natale in un ordine metodico e ripetitivo, con tempi da rispettare, prestabiliti dalla sua mente per evitare imprevisti e ovviamente crisi, di cui ancora oggi non posso comprendere il disagio e la sofferenza provocati. Con l’attenzione dovuta, abbiamo chiuso porte e finestre per non udire i botti, poggiando le mai sulle orecchie e sperando che cessassero presto. Abbiamo vissuto, in questi 16 anni, il Natale quasi come gli altri e per me ogni Natale era un dono, ma anche un confronto con quella sopravvalutata normalità delle altre famiglie, tanto mitizzata e a volte troppo pesante da sopportare. Grazie al mio “figlio magico” e gli altri tre miei figli, magici anche loro, la “magia”, nonostante l’autismo, si è estesa, rendendo i nostri Natali sempre più dinamici e evoluti, nelle loro microscopiche novità. E “magia” non è una parola che sminuisce lo splendido ragazzo che mio figlio sta diventando, piuttosto rafforza la meraviglia che provo io nel guardarlo affermare se stesso, così come incinta guardavo Gesù Bambino. Questo Natale lo sento vivo, carico delle sue scelte autonome, lo vedrò vestito da chierichetto sopra l’altare, ostinatamente presente nella comunità, ai suoi ritmi, con i suoi passi veloci, ma controllati quando sa di essere come gli altri, in mezzo agli altri, senza il peso della differenza, perché lui sente l’evoluzione delle sue emozioni comuni a quelle dei suoi coetanei, a tratti più accentuate e dirompenti, ma simili.

Non so cosa sia un Natale normale! Forse perché ad ognuno di noi basta viverlo per quello che è: un nuovo inizio. Forse perché la normalità è un’illusione che ci siamo raccontati per sentici bene, una capanna per sentirci sicuri o forse perché diamo troppo importanza a ciò che c’è fuori, più di ciò che portiamo dentro. Forse perché abbiamo ancora tanti Natali da vive apprezzando a pieno le piccole cose che la vita vorrà offrirci, non necessariamente positive. Io mamma del “diversamente abile” in evoluzione, nonostante l’autismo vivo sempre in attesa di una nuova nascita che riguarda tutti, non solo mio figlio.

Colomba Belforte

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