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Mario Cuomo, la storia di un rapper vicano

Un artista poliedrico che ama fotografare la realtà e l’immaginazione. Lo fa con la penna, con le note, con la fotocamera. Tutto ciò che genera un brivido nella sua anima mai sazia di emozioni, lui lo valorizza con la ricerca tecnica. Ha 25 anni, è di Vico Equense ed insegna a Milano informatica. Segni particolari, rapper. A giugno è uscito il suo primo singolo “Il mio amico immaginario”, che ha superato le 2mila visualizzazioni. Poi, ieri ha pubblicato la sua seconda canzone “Il ballo del mostro” è ha già superato le 3mila visualizzazioni. Ogni testo è, in realtà, una poesia messa poi sulle basi del beat maker. La sua musica non rimanda al genere trap, né rimane confinata nel rap, sebbene quest’ultimo sia il genere ispiratore. Così, nei suoi pezzi trovano spazio blues, folk e country. “Il ballo del mostro” è una ballata. Nulla è scontato, dalle rime ai ritmi, dalle parole alle immagini.
Come hai iniziato a scrivere canzoni?
Sono figlio unico. L’assenza di un fratello nei pomeriggi da adolescente e il tempo “vuoto” di presenza mi ha fatto iniziare a scrivere. Inoltre, sono sempre stato molto riservato, geloso dei miei sentimenti. Per questo, ho iniziato a metterli nero su bianco, per ritrovarli, per riviverli. Però, non avevo tecnica. Poi ho approfondito.
Hai studiato musica?
Due anni il pianoforte per entrare al Conservatorio. Ci sono riuscito, ma poi ho desistito. Se non si è davvero bravi, non si può vivere con il piano. Allora ho continuato a scrivere per me e, intanto, mi sono iscritto alla Facoltà di Psicologia a Chieti.
Però, insegni informatica a Milano…
Eh, sì. Non mi precludo altre strade. In realtà sono su due cattedre, informatica e sostegno.
Non ti è pesato l’allontanamento dalla tua terra?
Gran parte della famiglia di mia madre vive a Milano, per cui mi sento a casa anche lì.
Torniamo alla musica. Cosa ha determinato
il passaggio dalla scrittura “privata” a quella
“pubblica”?
Ho fatto ascoltare le mie canzoni a qualche amico. Ho avuto anche sonore stroncature, ma molti mi hanno detto che ho del talento e che vale la pena continuare. Così ho iniziato a produrre e registrare le mie canzoni. Due già sono uscite, poi arriveranno le altre. Già ci sono, ed è in programma un album.
Ti definisci un rapper?
Fondamentalmente sì. Credo, però, che giocare con diverse influenze e generi sia la particolarità delle mie canzoni. Non mi piace omologarmi ai generi e, sicuramente, non mi riconosco nella musica trap che, pur avendo molto in comune con il rap, per tanti versi se ne discosta.
La tua famiglia ti appoggia?
Sì, sono tutti molto orgogliosi. E ho dei fan d’eccezione: miei cuginetti, che cantano le mie canzoni.
Progetti per il futuro?
La musica, il mio lavoro di insegnante e la laurea il prossimo anno, la fotografia, i miei affetti. Sì, il mio progetto è coltivare le mie
passioni
Nancy De Maio