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Luigi Pane vince il Festival del Cinema di Los Angeles

Straordinaria affermazione del regista sorrentino con il cortometraggio "Black Comedy"

Luigi Pane

 

Luigi Pane ha vinto il Valley Film Festival di Los Angeles, una delle più importanti rassegne cinematografiche a livello mondiale.  Il giovane regista sorrentino – unico italiano scelto nelle sezione cortometraggi – ha presentato  Black Comedy“. La pellicola ha potuto contare su due   protagonisti d’eccezione come Fortunato Cerlino – che ha interpretato il boss Pietro Savastano in “Gomorra” – e Antonia Liskova. Il cortometraggio è stato selezionato in numerosi Festival, da quello di Venezia – per la sezione “Giovani Autori” –  al Film Social Festival di Napoli. Ma il primo premio vinto a Los Angeles rappresenta il riconoscimento delle qualità artistiche di Luigi Pane. Auguri dalla redazione di Agorà. Per chi è interessato ad approfondire l’intervista a Luigi Pane, pubblicata su Agorà del 17 settembre scorso.

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Parla Luigi Pane

Luigi Pane, giovane regista, nato e cresciuto a Sorrento,  è  autore di Black comedy, un cortometraggio selezionato dai più ambiti festival del cinema mondiali: da Venezia, dove ha partecipato nella sezione riservata ai giovani autori, al Valley Film Festival di Los Angeles. E’ riuscito ad ottenere la partecipazione di Fortunato Cerlino, il Pietro Savastano della celeberrima serie Sky “Gomorra”, che è il protagonista del cortometraggio, insieme all’attrice Antonia Liskova.

Pane si laurea in storia del cinema all’università di Roma “Tor Vergata”, tesi su Kubrick, segue una lunga gavetta, prima  come dialoghista per la soap opera “Un posto al sole”in onda su Rai 3  e poi come assistente alla regia  per alcune serie trasmesse dalla Rai.

Nell’intervista che ci ha concesso, ci siamo soffermati anche su Sorrento. Originale lo sguardo che riserva alla città natale “Sorrento? Il passato, la cosiddetta tradizione, è il suo fardello più pesante. Il canto delle sirene che la irretisce e priva di slancio verso il futuro”.

Come si arriva al Festival del cinema di Venezia, selezionato dai maggiori produttori nazionali, e poi al festival di Los Angeles, unico italiano in gara per i cortometraggi?

Non lo so. Inseguo la mia passione ed i miei sogni. Il cortometraggio ha avuto una lunga gestazione ed è frutto di una esperienza maturata come assistente alla regia per “Incantesimo”, “Medicina generale” e “La squadra”. Dopo aver girato il cortometraggio, la società di distribuzione che mi segue ha proposto di mandarlo a Venezia. Mi è sembrato un azzardo, pensavo fosse impossibile. Invece, sono stato inserito tra i  selezionati.   Poi è arrivata anche la chiamata dal Valley Film Festival di Los Angeles, con proiezione il primo ottobre. Ma sono stato selezionato, e per me è importante per i legami affettivi, anche al Napoli Film Festival.

Di cosa tratta il tuo corto?

Parla del potere del linguaggio e dell’arte, da recuperare, in un tempo in cui il linguaggio è destrutturato attraverso i social e le chat. Invece, è il linguaggio che fa la differenza e soprattutto è l’elemento che può riservare ancora emozioni.

Come sei partito?

Ho preso spunto da un vecchio numero di Dylan Dog, risale a 20 anni fa. E’ raccontata la storia di un commediografo che confonde la realtà autentica con quella scenica, fino a rompere la linea divisoria tra verità e finzione. Ho contattato Carlo Ambrosini, autore di Dylan Dog,  che mi ha fatto entrare nel suo studio a Milano, mi ha offerto il soggetto e da lì è partito il lavoro di scrittura.

Come si ottiene la partecipazione di un attore come Fortunato Cerlino, protagonista di Gomorra, conteso da molti e che, dopo il successo,  ha rifiutato tantissimi ruoli?

Andrebbe chiesto a lui. Gli ho fatto leggere la sceneggiatura, dopo aver visto un episodio di Gomorra  e mi ha detto sì. E grazie al suo arrivo ho avuto l’opportunità di avere un’altra grande attrice, Antonia Liskova.

Chi ti ha finanziato?

Mi sono autoprodotto ed ho ottenuto la disponibilità a poter girare nel Teatro Argentina a Roma.

Cosa pensi di Sorrento, della tua città?

È il luogo della bellezza. A Sorrento la bellezza ti avvolge e ti coccola ovunque, ma blocca anche.

In che senso?

Le Sirene a Sorrento ci stanno ancora. Il loro canto dice: non andare via. L’incantesimo di Ulisse esiste e resiste.

Fuor di metafora, cosa vuoi dire?

Manca una politica che dia spazio a quelle che sono le nostre potenzialità artistiche e culturali che non siano una continua e ininterrotta citazione del passato. Siamo figli di una grande tradizione, è vero. Ma se la tradizione non sa trasformarsi in innovazione diventa ricordo.

È una caratteristica diffusa tra le mete del turismo internazionale?

Non sempre. Capri ha saputo innovarsi. Oggi c’è Capri – Hollywood che dà risposte proprio all’esigenza di innovazione. A Sorrento 60 anni fa è stato girato il film con la Loren e De Sica, benissimo. Giriamo un nuovo film su Sorrento, dopo 60 anni.

A tal proposito: se dovessi girare un film su Sorrento, cosa faresti?

Girerei d’inverno per riscoprire la Sorrento più autentica, con una bella fotografia a colori. E rappresenterei la città  attraverso una persona alla ricerca della propria identità. Mi viene in mente un film di Valerio Zurlini “La prima notte di quiete” con Alain Delon, ambientato in parte  a Rimini. Racconta la storia di un vecchio professore di lettere che vuole diventare scrittore, non riesce, torna al paese, Rimini, riscoperto attraverso immagini invernali che raccontano la sua essenza.