Share, , Google Plus, Pinterest,

Print

Posted in:

Lo chiamavano il “criminale”

Giovanni Apuzzo dopo quasi 5 anni in carcere ritorna a casa e racconta la sua vita. “Ho riscoperto la fede e il valore della famiglia"

Ha passato gli ultimi cinque anni tra le principali carceri della Campania – Poggioreale, Bellizzi Irpino, Aversa – ex manicomio criminale – e S. M. Capua Vetere –  ed è stato scarcerato di recente. A Vico Equense è una personalità conosciuta. Di certo non lascia indifferenti per fama e carisma. Si chiama Giovanni Apuzzo, ha superato da qualche anno i 60, abita alle pendici del Faito, nella borgata di Moiano  ed è detto il “criminale”. E proprio questo soprannome, che pesa come un macigno sulla sua vita,  a suo dire, potrebbe essere all’origine dei tanti problemi che ha avuto con la giustizia. Lo abbiamo incontrato nell’ abitazione dove vive con la famiglia. Vorremmo far conoscere la persona oltre il personaggio, i racconti e le leggende cittadine più o meno vere che circolano sul suo conto.

 

Anzitutto, perché lei è stato arrestato?

Non mi sono interessato di alcuni procedimenti penali aperti nei miei confronti. Si tratta di abusi edilizi, violazioni di sigilli, poi mi hanno accusato di inquinamento ambientale per i pezzi delle auto che ho depositato presso l’area circostante la mia abitazione, avrei avuto cattive frequentazioni. Alla fine sono stato superficiale nel non tenere in debito conto queste vicende, che avrei potuto e dovuto definire e chiarire, e sono finito in carcere. Ho pagato duramente con un regime di detenzione rigoroso e che non mi ha consentito neanche di vedere la mia nipotina morta. Rispetto le decisioni della magistratura, ma questa di non poter accompagnare una piccola creatura scomparsa al cimitero  ha rappresentato un duro colpo per la mia vicenda umana.

 

Scontato dire che la vita in carcere è pesante

Il vero problema è il sovraffollamento. A Poggioreale eravamo in 13 , con un solo bagno, in una cella per 6 persone. Alcune persone mi sono state di grande conforto. Come il parroco della parrocchia di S. Renato a Moiano, Don Maurizio Esposito.

 

Cosa ha fatto?

Mi è venuto a trovare. Mi ha portato la sua parola ed il suo conforto. Anche a Bellizzi Irpino, venne. Ci furono problemi per farlo entrare, pare non avesse i documenti. In ogni caso ho apprezzato veramente molto quello che ha fatto. Sentire una vicinanza esterna alla famiglia è importante, aiuta tantissimo.

In carcere, poi, ho conosciuto tante persone, tra queste il cantante neo melodico Franco Laudati. Si tratta di un ambiente umano dove c’è sofferenza, ma anche tante personalità singolari.

A proposito di personalità. Si dice che nella sua vita ha conosciuto personalità importanti del mondo della camorra. E’ vero?

Facevo il meccanico, ero ritenuto bravo, ed a chi mi chiedeva aiuto offrivo assistenza. Ho conosciuto ai Quartieri di Napoli i Mariano, i Giuliano, ma le mie erano prestazioni professionali.

Ma lei è stato già in carcere in passato

Negli anni 70. Ero un giovane irrequieto, affrontavo tutti, senza paura. Mi davano fastidio le ingiustizie. Litigai a Pagani per difendere un amico. Una brava persona, vessata da alcuni ragazzacci del posto. Mi presentai per chiarire la questione. Li affrontai e nessuno diede più fastidio al mio amico. In uno scontro successivo picchiai un carabiniere in borghese, non sapevo fosse un militare. Si era rivolto a me in modo brusco. All’epoca come si suol dire “ non mi facevo passare la mosca per il naso”. Ora dico che sbagliavo.

Queste “imprese” le avevano dato notorietà?

Oddio, quando andavo al mercato dei fori a Pompei mi riconoscevano, ero trattato con riguardo, fiori regalati dai vivaisti, ma nessuno ha mai pensato che fossi un camorrista.

Ma lei cosa pensa della camorra?

Che trova spazio dove non c’è lavoro, in ogni caso non sono affatto favorevole a certi metodi e sistemi criminali, questo vorrei fosse il più chiaro possibile.

Cosa ricorda della sua infanzia?

Ero primo di 12 figli, papà manovale, mamma casalinga, animali da allevare nel terreno per avere cibo. Ricordo tanto lavoro e anche tante botte.

 E il lavoro di meccanico?

Una passione, da quando avevo 14 anni. Sono stato come si dice “ndò o’ mast” Pietro Galasso a S. Agnello, grande meccanico. Mi riconoscono una capacità abbastanza unica nel fare il mio lavoro. Ho lavorato alla Volkswagen in Germania,  all’Alfa Romeo a Milano. Risolto problemi che sembravano irrisolvibili ovunque, sulle autostrade di tutta Italia e dopo l’intervento di numerosi altri meccanici che ritenevano il guasto irrisolvibile. Potrei riempire un libro di aneddoti su questo ed altro.

Dopo questa esperienza come vede il futuro?

Con ottimismo, nonostante tutto.

Perché?

Perché Don Maurizio mi ha trasmesso di nuovo la fede, leggo la Bibbia quando posso e perché vado fiero di mia moglie Luisa – nonostante le ho dato dispiaceri mi è restata sempre accanto –  ha cresciuto i miei cinque figli con rigore, sono tutti educatissimi. E poi la mia ultima figlia sta al Liceo Classico a Meta, ne sono felice. Il futuro è nei libri che legge e che io non ho mai letto