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Filosofia. Il demone che rende felici

rubria a cura di Francesco D'Arco

 

 

Quante volte nella nostra vita ci siamo sentiti felici? Almeno per un attimo, sebbene fugace, abbiamo provato intimamente una sensazione di benessere, di contentezza. Probabilmente non siamo stati, e non lo siamo tuttora, capaci di spiegare razionalmente questa esperienza emotiva ed irrazionale.

Socrate, che è considerato il vero padre della filosofia occidentale, può venire in nostro soccorso nel tentativo di dare una definizione di quella che noi chiamiamo astrattamente e genericamente “felicità”. Ci accingiamo quindi ad utilizzare gli strumenti concettuali del grande Socrate in quanto risultano ancora oggi efficaci e soprattutto suggestivi quando si ragiona sull’uomo. La parola-chiave da lui pronunciata è “demone” (dal greco arcaico “δαιμον”).

Forse, alla luce dell’immaginario collettivo in cui ci muoviamo, vi starete domandando cosa abbia in comune la felicità con il demone infernale che è espressione del male. In realtà, la parola “demone” aveva un significato del tutto diverso all’epoca di Socrate. Egli pensava che questo “demone” fosse il figlio degli dèi tradizionali, dunque una divinità differente da quelle riconosciute ufficialmente dallo Stato. Non dobbiamo pensare a questo demone come ad un’entità soprannaturale ed esterna all’uomo, ma dobbiamo piuttosto pensarlo come una sorta di spirito-guida, una voce della coscienza.

Questo demone è dunque individuale, appartiene esclusivamente a te e la sua funzione è quella di guidare la tua esistenza nel mondo terreno e nel mondo ultraterreno (in cui credeva Socrate) dopo la morte fisica. Secondo il filosofo ateniese, quindi, la felicità dell’uomo si realizza nel momento in cui egli è capace di ascoltare il suo “demone”, di seguire i suoi consigli, e questa condizione era definita in greco “ευδαιμονια”. Il demone socratico è inteso talvolta come destino.

Quello di Socrate rappresenta il primo e il più affascinante tentativo di riflettere, con un linguaggio ed un tono talvolta oracolare e religioso, intorno al tema della felicità. Riprendere il pensiero socratico in un contesto culturale come il nostro risulta difficile, forse rivoluzionario. Siamo abituati a pensare la felicità identificandola come la somma dei piaceri che abbiamo realizzato. La mentalità dominante oggigiorno è più vicina a quella epicurea che a quella socratica.

La filosofia di Epicuro aveva inizialmente lo scopo di assicurare la tranquillità a differenza di quella di Socrate che destava spesso in coloro che lo ascoltavano un senso di disorientamento dovuto al suo metodo filosofico che metteva in discussione tutte le loro certezze. Epicuro pensava sostanzialmente che il bene non fosse altro che il piacere, che la felicità consistesse nella soddisfazione di quanti più desideri e quindi potremmo dire che la sua era una concezione materialistica, più concreta rispetto alla visione astratta del bene socratica.

Se vi fermate a riflettere sulle dinamiche della nostra società arrivereste alla conclusione che non c’è assolutamente spazio e forse nemmeno il tempo per conseguire la felicità intesa alla maniera socratica, cioè come realizzazione del proprio “daimon”.

Il modello, la logica e le regole del sistema economico capitalistico si sono estese fino a permeare tutta la sfera dell’esistenza umana facendola diventare meno autentica. A determinare questa condizione di esistenza inautentica in cui noi tutti ci troviamo è l’idea fondamentale del sistema capitalistico, ovvero quella che esalta la velocità, la frenesia.

La conseguenza di questa invasione della vita da parte di un’economia che ha oltrepassato i suoi limiti è l’impossibilità, o meglio la difficoltà, di raggiungere quella felicità teorizzata da Socrate, una felicità che non dipende da un oggetto esterno, una felicità che non può essere acquistata in un attimo ma conquistata gradualmente attraverso un “lavoro” spirituale.

Questo “lavoro” spirituale richiede molto tempo, forse una vita intera, e può cominciare solo nel momento in cui ci si dispone con apertura verso la propria interiorità, tentando di scoprire le proprie capacità e passioni, in termini socratici: tentando di ascoltare il proprio “δαιμον”.

 

 

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