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Pinto su crisi, politica e rischio ingerenze criminali a Sorrento

Fernando Pinto lancia l’allarme: la crisi potrebbe inquinare l’economia cittadina, favo-rendo ingressi che è meglio tenere lontani. L’appeal di oasi di tranquillità va preservato. Non dimentichiamo, ammonisce il Professore, che ci troviamo lungo una linea di confine. Di questo ed altri temi abbiamo discusso con l’ex sindaco della città.Il gettito della tassa di soggiorno ha reso al Comune quasi 6 milioni di euro l’anno.

Lei ha criticato il modo in cui queste risorse sono state spese. Perché?

Somme così importanti avrebbero potuto essere utilizzate per ridisegnare la città da qui a 10 anni. Nel merito si è fatto troppo ricorso alla tassa di soggiorno solo per ali-mentare la spesa corrente, e troppo poco per fare investimenti, soprattutto di tipo in-frastrutturale. Mi riferisco per esempio alle infrastrutture informatiche necessarie per rendere la città smart ma anche a quelle tradizionali. Penso al percorso meccanizzato che, con quelle somme, poteva essere realizzato dal Comune senza interventi esterni. Invece, su quest’opera, ci siamo fatti addi-rittura scippare la progettazione, rinuncian-do ad affermare, su un punto qualificante e decisivo dell’intervento, una visione di città che deve venire principalmente dal Comune e non dall’esterno. Si è preferito con queste somme gestire l’e-sistente, piuttosto che progettare il futuro.

Ci fa un esempio di infrastrutture informatiche?

Certo. Sono originario di un piccolo comu-ne del salernitano. Lì il sindaco, espressione del centro destra, ha reso la città smart. C’è il wi-fi free ovunque, la cittadina è do-tata di panchine intelligenti da cui è possi-bile, ricaricare il cellulare ed anche avere informazioni sui servizi pubblici, e c’è il sistema della accoglienza portuale gestito direttamente e in modo moderno. Noi cosa abbiamo fatto su questo fronte? Da qui a 10 anni cosa offriremo a chi arriva a Sorrento?

Torniamo al percorso meccanizzato. L’opera è decisiva?

Il percorso meccanizzato per collegare il centro al porto, con un sistema di ascensori e scale mobili, scusi l’auto citazione, l’abbia-mo pensato noi 25 anni fa. Possibile che da allora siamo ancora fermi, mentre la spinta verso l’innovazione è così forte ed incalzante?

Lei segnala le responsabilità del Comune, ma non c’è anche una responsabilità generale delle classi dirigenti sorrentine, di cui fanno parte a pieno titolo anche e soprat-tutto gli albergatori?

Tra gli imprenditori ce ne sono alcuni più avanzati, altri meno. Ma non è loro compito decidere ed avere una visione della città per i quali hanno il ruolo fondamentale di esse-re interlocutori moderni ed affidabili. Certo, forse, avrebbero potuto chiedere, con maggiore forza, un luogo di confronto e di-scussione con l’Amministrazione. Ma poi ognuno ha il suo ruolo. Ed, a proposito di ruoli, non mi pare che nel dibattito sui candidati sindaco emerga il quadro della nostra città tra 10 anni.

In attesa dei candidati sindaco, lei come vorrebbe vedere Sorrento tra 10 anni?

Sorrento deve ripensare al suo modello di sviluppo. Ma c’è una premessa da fare: dobbiamo pre-pararci a convivere con emergenze sanitarie del tipo che abbiamo vissuto. Prima le pandemie si contenevano, oggi causa mobilità si diffondono. Tornando a Sorrento, la città futura deve avere più qualità che quantità in tutti i campi. Non a caso le città che sono ripartite pri-ma sono quelle che hanno gestito meglio la crisi per-ché avevano anticorpi sufficienti accumulati nel corso del tempo. E la crisi è l’effetto di un malessere più ampio, accumulato prima, e che poi emerge. Ho utilizzato la metafora del surfista. Sorrento è stata sulla cresta dell’onda perché il vento soffiava. Ora si è fermato, è necessario ripartire.

Come?

Fare rete tra le istituzioni e gli stessi operato-ri economici è una delle priorità. Da soli non si va da nessuna parte. Faccio un esempio: i Comuni non possono migliorare la viabilità, che è tanta parte della vivibilità del territorio, con interventi spot. Così come nessuno può starsene tra le mura delle proprie strutture chiuso in una gestione isolata, l’accoglienza deve diventare un progetto condiviso. E poi il governo del territorio non può essere più affidato ad uno strumento superato come il PUT che ha svolto una funzione impor-tante contro la speculazione, ma quel tipo di impostazio-ne è la medicina e non si può vivere eter-namente di medicine, specie per 40 anni, un uso così prolungato del farmaco può far male se non essere addirittura letale. Inoltre, il PUT è entrato in vigore nell’87, sulla base di una cartografia di dieci anni prima quando non c’era ancora internet e neppure si immagina ci sarebbe stato. Non possiamo affidare un settore decisivo ad una norma così datata, anche concettualmente e soprattutto non dobbiamo avere paura di esprimere la nostra idea di città chiedendone un aggiornamento.

Dall’importanza della rete tra istituzioni, ritorna un suo vecchio cavallo di battaglia: il Comune unico. Cosa ne è stato?

Decisi di lasciare il consiglio comunale di Sorrento proprio per l’assenza di una risposta sul punto. L’amministrazione non si assunse neppure la responsabilità di dire no, semplicemente prese tempo per non decidere. Il Comune unico è un modo per ripensare la città ed il comprensorio in un’ot-tica di sistema. Inoltre, la penisola in questo modo avrebbe maggior peso politico, non ci sarebbero più tanti piccoli Comuni a negoziare con gli altri livelli di Governo. Oggi è un dato che i singoli comuni non pesano niente nel panorama politico regionale Sul piano economico, invece, ci sarebbe tanta più ricchezza da distribuire, grazie al brand Penisola sorrentina.

E perché non se ne parla più?

Perché si passerebbe da 120 consiglieri co-munali a 30, da sei sindaci ad uno solo. Questa miopia municipalista è un errore.Lei di recente ha criticato quanti hanno aderito alla Lega a Sorrento.

Una frecciata al sindaco?

In una città come Sorrento, che ha nell’accoglienza la propria cifra distintiva da sem-pre, quella cultura rappresenta un corpo estraneo. Significa solo mettersi sulla scia dell’onda perché il vento tira. Nella storia della città ha trovato spazio an-che una cultura di destra, ma il leghismo non c’entra niente con Sorrento.Magari le si potrebbe replicare: siamo per l’accoglienza, ma vogliamo persone perbene.

Cosa c’è che non va in questo discorso?

Il classismo razzista. Aggiungere aggettivi al termine persone non mi va. E’ una questione di approccio culturale. Sorrento è una città aperta a tutti, con offerte differenziate, in un contesto di sicurezza. Altrimenti quali sono le persone perbene? Quelle che hanno un reddito da 100mila euro in su? Siamo sicuri? Ed a questo punto perché non preferire an-che quelli che oltre ad un reddito alto hanno pure la pelle bianca ed una buona istruzio-ne? Questa cultura mi è estranea ed è estranea al mondo a cui appartengo.

Il malessere sociale, dovuto alla crisi, non è scoppiato ancora. Che valutazioni fa a riguardo?

Il tessuto sociale ha retto, al momento, grazie ad una disponibilità più o meno diffusa presente. Ma sono preoccupato perché il nostro territorio si trova su una linea confine. Non vorrei si aprissero crepe, specie nel settore ricettivo.A cosa si riferisce?Se anche un solo albergo entrasse in circuiti estranei alla storia imprenditoriale di questa città avremmo un danno enorme di immagi-ne e potremmo perdere l’ ”appeal” di oasi di tranquillità, in tutti i sensi. Come ho già detto, a proposito della metafora del surfista in mare, attenzione agli squali.

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