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LA VERGOGNA Quando il peso del giudizio grava sul proprio valore personale

Prima di completare il nostro viaggio nel mondo delle emozioni primarie, approdando alla tanto ambita e attesa gioia, facciamo un salto sul pianeta delle emozioni secondarie per affrontarne una che può arrivare a pesare come un macigno nella vita di alcuni, fino a condizionarla: la vergogna. Classificata tra le emozioni sociali, essa fa la sua comparsa dal secondo anno di vita in poi, nel momento in cui il bambino acquisisce consapevolezza del proprio sé.  La vergogna presuppone infatti la chiara percezione di un altro, separato da sé, che può emettere un giudizio sulla propria persona. In realtà finisce poi per rendersi indipendente da un “pubblico esterno” nel momento in cui, sotto la spinta dei modelli e delle pressioni ambientali, viene a svilupparsi una sorta di giudice interno il cui compito è misurarci rispetto alle attese. Possiamo distinguere abbastanza chiaramente alcune manifestazioni fisiologiche ed espressive della vergogna: evitare lo sguardo altrui, la posizione del corpo chiusa e china, il rossore sul volto, il tono della voce sempre più esile, nei più piccini anche il coprirsi gli occhi con le mani o addirittura scappare e nascondersi, quasi a volere diventare invisibili. Non a caso per riferirsi ad essa è molto comune utilizzare espressioni del tipo “Vorrei sprofondare!” o “Ci sto perdendo la faccia!”. Il bisogno impellente di chi prova vergogna è quello di fuggire dalla relazione che ci sta esponendo, o potrebbe farlo, ad un senso di inadeguatezza rispetto a degli standard che ci vengono posti e che generalmente, come già detto, finiamo per interiorizzare.  Le crescenti competenze cognitive fanno sì che il bambino sia sempre più in grado di valutare le proprie prestazioni in relazione alle aspettative, percependo chiaramente quando esse non sono all’altezza di ciò che ci si attende da lui. Chi prova vergogna mette in discussione se stesso e le proprie capacità, dunque diviene fondamentale aiutare i bambini nella modulazione di questa emozione per l’impatto negativo che può avere sul piano dell’autostima. Talvolta, si fa leva proprio sulla vergogna per indurre il bambino al pentimento rispetto ad una condotta inadeguata, con il rischio di generare mortificazione ed umiliazione. Attribuire etichette negative al bambino ( ad esempio “sei cattivo!” o “sei il solito sbadato!”) o mettere in dubbio l’importanza che ha per noi (ad esempio “se fai così non ti voglio bene più!”) lo fa sentire messo in discussione come persona, rispetto al valore di sé, rendendolo più fragile di fronte ad un rimprovero. E’ importante invece che i bambini sentano che questi ultimi sono mirati al suo comportamento, che può essere sbagliato in una circostanza ma non per questo inficiare il suo valore personale. Questo vale a casa con la famiglia come a scuola con la maestra o con i pari: in entrambi questi contesti è importante che il bambino faccia esperienza dell’errore come di una possibilità per imparare e non come elemento di giudizio. La cultura della perfezione interferisce negativamente rispetto alla stima di sé poiché se il mio ideale è quello, non potendolo mai raggiungere, non mi sentirò mai adeguato. E’ proprio in questa discrepanza tra sé reale e sé ideale che si insinua la vergogna. Se si potesse ci si renderebbe invisibili poiché ci si sente messi a nudo nella propria fragilità, considerata una anomala mancanza piuttosto che una  naturale dimensione umana.

Dott.ssa Margherita Di Maio, psicologa-psicoterapeuta ad approccio umanistico e bioenergetico. Per info 331 7669068

Dott.ssa Anna Romano, psicologa-psicoterapeuta dell’età evolutiva. Per info 349 6538043

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