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LA SINDROME DELLA CAPANNA POST PANDEMIA “Tornare al vecchio, anche se noto, è un cambiamento e necessita di tempo”

Dottoresse, da quando è iniziata la FASE 2 dell’emergenza sanitaria da Covid-19, sento spesso parlare di Sindrome della capanna. Ma di cosa si tratta?

Sì, in effetti se ne parla spesso per riferirsi ad uno stato di malessere che molte persone hanno iniziato ad avvertire nel momento in cui sono state allentate le misure di confinamento imposte per contrastare la diffusione del Coronavirus. Non tutti hanno reagito positivamente al progressivo ritorno alla normalità; per alcuni, soprattutto per chi ha vissuto tutto sommato bene il doversi rintanare nella propria casa, l’esperienza di riprendere reale contatto con il mondo esterno si è colorata di vissuti di insicurezza, paura, tristezza, ansia, al punto da desiderare, e da qui il nome della sindrome, di restare al sicuro nella propria casa, nel proprio rifugio.

Ma quindi è un disturbo mentale dovuto al Covid- 19?

No, non è corretto definirlo come un disturbo mentale poiché nella letteratura scientifica non è al momento riconosciuto come tale, non è cioè una categoria diagnostica. Possiamo considerarlo piuttosto come uno stato psicologico di malessere e smarrimento connotato da una serie di sintomi che si associano, e seguono, all’aver fatto esperienza di un periodo di isolamento piuttosto lungo. Inoltre, l’espressione Sindrome della Capanna non nasce nel 2020 con l’emergenza sanitaria mondiale ma nel 900, per fare riferimento ad uno stato emotivo negativo riscontrato, ad esempio, nei ricercatori d’oro o nei guardiani dei fari quando, dopo aver vissuto isolati per molti mesi, giungeva per loro il momento di ritornare ad affrontare il mondo esterno.

Quali sono i sintomi tipici della Sindrome della Capanna?

Oltre allo stato emotivo accennato in precedenza, connotato dalla paura nel dover affrontare il ritorno alla normalità, e che può manifestarsi con tristezza, ansia, irritabilità, si possono riscontrare stanchezza, demotivazione, difficoltà di concentrazione e di memorizzazione. E’ da sottolineare che, entro una certa misura, tali reazioni sono del tutto normali e giustificate anche dal fatto che la minaccia che ci ha costretti all’isolamento, il pericolo del contagio, non è scomparso, pertanto le quattro mura di casa continuano oggettivamente a configurarsi come il luogo più sicuro per stare lontani dalla minaccia.

Dite che è normale entro una certa misura. Quando allora questo stato psicologico diventa anormale? E soprattutto, come evitare che ciò accada?

Durata e intensità vanno monitorati. Se il malessere perdura oltre un normale periodo di adattamento e inficia la possibilità di riprendere le proprie abitudini (andare a lavorare, a fare la spesa, fare una passeggiata, incontrare altre persone), allora richiedere un aiuto professionale è fondamentale, in modo da poter esplorare le paure sottostanti le proprie resistenze. Per quanto concerne la seconda domanda, il suggerimento è quello di concedersi del tempo, imponendosi  però quanto meno un graduale ritorno alle cose che prima facevamo serenamente. Tornare a qualcosa di vecchio, anche se noto, è comunque un cambiamento e ci richiede, pertanto, un riadattamento progressivo.

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