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IL CICLO DI VITA DELL’INDIVIDUO: L’ITALIA E I BAMBOCCIONI

L’economista nonché ex ministro Padoa-Schioppa non coniò il termine bamboccioni ma sicuramente lo ha sdoganato riferendosi, come da consuetudine gergale, a tutti coloro che alla soglia dei trenta, se non oltre, vivono ancora nella casa natia. Il dato purtroppo non è cambiato di molto negli anni, anzi. Le ragioni? Le stesse: difficoltà nel trovare lavoro per non parlare di un’occupazione stabile, scarsa qualità dell’istruzione, bassa fiducia nella politica e grandi comodità sotto il tetto con mamma e papà. Naturalmente la questione è complessa e per nulla generalizzabile.  Lungi da noi entrare nel merito di questioni di carattere socio-economico e politico ma che di psicologico hanno tanto. La matrice socio-ambientale incide moltissimo sullo sviluppo e sulla realizzazione dell’individuo, ma non è l’unico ingrediente! Potremmo citare moltissimi nomi famosi, che pur partendo da condizioni di svantaggio sono riusciti a cambiare il finale della propria storia che sembrava già segnata alla nascita: pensiamo a quanti atleti salgono sul podio pur essendo nati senza un arto. Questi esempi, che ognuno di noi può certamente riconoscere nella propria esperienza di vita, senza dover necessariamente scomodare l’ex Presidente degli Stati Uniti d’America, ci mostrano chiaramente quanto far leva sulle proprie risorse interiori sia la risposta a moltissime situazioni di stallo. Molte volte ci capita di lavorare con giovani adulti che guardano a sé stessi ed al proprio futuro privi di entusiasmo e prospettiva, venticinquenni che sospirano come se ne avessero ottanta e cercano risposte e conforto come se ne avessero tre. Ebbene sì, se da un lato il peso di una società politica che non funziona ci deprime dall’altra è più facile delegare a chi si èsempre occupato di noi, a chi ci ha rialzati quando siamo caduti, a chi ci ha nutrito quando avevamo fame. La sensazione che accomuna i giovani che vorrebbero cambiare lavoro ma non lo fanno, che vorrebbero andare a vivere da soli ma non riescono, è di grande frustrazione. Ma al contempo la litania resta sempre quella: vorrei ma non posso. Quelli che osserviamoascoltandoli, conoscendoli, immergendoci nelle loro storie sono giovani spesso molto talentuosi ma incapaci di guardarsi con amore, pieni di risorse personali e spesso familiari che non riescono assolutamente a vedere. Come mai? Bassa autostima, sicuramente, ma anche tanta pigrizia. Siamo l’unico paese che ancora sogna il rassicurante “posto fisso”, ci piace lamentarci, è comodo. Quando da piccoli piangevamo chi si occupava di noi correva a consolarci tra le sue braccia o dandoci il ciuccio. Metaforicamente è quello che molti continuano a fare seppur non ne avrebbero più bisogno né diritto: piangono perché vorrebbero indipendenza ma non si svincolano, vorrebbero cambiare lavoro ma non lo cercano, vorrebbero sentirsi indipendenti ma senza sacrifici. È retorica? Forse. Ma quanto siamo responsabili dei nostri amati bamboccioni? Quanti genitori soffrono della sindrome del “nido vuoto” e pur di tenerseli al capezzale favoriscono le suddette dinamiche? Tagliare il cordone ombelicale con la madre, con la famiglia, con tutto quello che ci àncora ma non ci fa spiccare il volo non è prerogativa del medico o dell’ostetrica ma è un processo lento e faticoso. Per alcuni più che per altri. Ed è tanto vero quanto il fatto che molti vivono lontani chilometri dalle proprie famiglie ma ne restano dipendenti emotivamente e mentalmente spesso più di chi continua a dividere il tetto ma nonle scelte, i pensieri, la prospettiva.

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