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FUORI DALL’UTERO: RESTIAMO ANCORA IN CONTATTO? RICERCHE, APPROFONDIMENTI E OSSERVAZIONI SUI PRIMI ANNI DI VITA DEL BAMBINO

Riusciamo ad entrare in luoghi affollati e a restare compressi come sardine senza battere ciglio o, forse, con poco fastidio. Incollati come francobolli nelle metro, nei pullman o in coda ad una biglietteria alcuni si spazientiscono, altri sentono mancare l’aria, ma nessuna di queste sensazioni è paragonabile alla difficoltà che abbiamo nel contattare veramente l’altro. Quando dobbiamo incrociare uno sguardo, stringere una mano, abbracciare, la difficoltà aumenta esponenzialmente. Sarebbe facile scivolare in una lunga e ormai ritrita digressione su quanto riusciamo ad essere “social” e poco “sociali” ma, tranquilli, non è questo l’argomento di cui ci occuperemo oggi. Il contatto è una delle esperienze più importanti della nostra vita, specialmente agli esordi. Lo sanno bene le mamme che hanno desiderato disperatamente che arrivasse il giorno del parto per conoscere il proprio bambino, per poi sentirne la mancanza nel corpo, nell’utero, del legame fisico attraverso il cordone ombelicale. Lo sanno bene quei bimbi che non si separerebbero mai e dormono solo se hanno il pugnetto stretto attorno all’indice della mamma, che ne riconoscono l’odore appena entra nella cameretta, che ne distinguono il volto tra altri simili! Sembra un miracolo, eppure è così. Il legame tra i genitori ed il proprio bambino è una fonte inesauribile ed indispensabile di stimoli e nutrimento per costruire in modo sano ed equilibrato le proprie relazioni future, per sentirsi al sicuro, per muoversi in autonomia, per crescere. Lo ha dimostrato Harlow studiando i cuccioli di macaco orfane della loro madre naturale. Ebbene, queste dolci scimmiette, poste in uno spazio con una “mamma metallica” che erogava cibo ed una che di cibo non ne dava ma che era calda ed accogliente al tatto, preferivano la seconda: il calore, il contatto, al cibo!

Rispetto ad altri cuccioli, posti in condizioni simili ma senza una mamma calda e morbida, dimostrarono di crescere più forti e sicure e di muoversi nello spazio con maggiore autonomia e con capacità esplorative migliori. Dunque, il contatto fisico, rappresenta un bisogno fondamentale per lo sviluppo. Ancora, Spitz, psicoanalista, ha condotto una ricerca sugli effetti neurofisiologici da deprivazione di contatto con bambini ospedalizzati o istituzionalizzati, dimostrando che i bambini deprivati dal contatto con la madre mancano, a livello neurologico, di un collegamento adeguato tra corteccia cerebrale e diencefalo. Connessione necessaria affinché il bambino possa costruire relazioni emozionali adeguate tra il proprio mondo interno e la realtà circostante. L’assenza di contatto, come dimostrato da Spitz, può generare dei disturbi evolutivi che si manifestano sul piano affettivo, motorio, cognitivo e linguistico. Il contatto fisico, ancor più di quello visivo, è così importante che oggi, appena nato, il bambino viene adagiato sul corpo della madre. É stato dimostrato che, ancor prima di procedere con i vari test e le cure necessarie, ciò che è veramente importante è restare in contatto con la madre, pelle a pelle.

 

Dott.ssa Margherita Di Maio, psicologa-psicoterapeuta ad approccio umanistico e bioenergetico. Per info 331 7669068

 

Dott.ssa Anna Romano, psicologa-psicoterapeuta dell’età evolutiva. Per info 349 6538043